PERCHÉ QUESTO MAGAZINE


Prima di tutto: il titolo. Per chi non lo sapesse tre casettine dai tetti aguzzi è il primo rigo della poesia di Aldo Palazzeschi intitolata Rio Bo. Ma perché tre casettine? Perché questo magazine (che un vero magazine non pretende di essere, non essendo registrato come tale ed essendo aggiornato senza cadenza mensile) vuole parlarvi di progettazione, di costruire, di risparmio energetico grazie all’ingegnere civile Mirko Rizzi (e quale costruzione è più simbolica di una casa?) e perché dall’altra parlerà di libri e cultura (qui rientra il ruolo della poesia) grazie a Lara Zavatteri, scrittrice.

mercoledì 17 aprile 2013

RACCONTO E LINK SUL GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO

Il genocidio del popolo armeno è ancora, purtroppo, sconosciuto a molti. Nei libri di Storia non se ne parla, io stessa l'ho scoperto dopo aver letto La masseria delle allodole di Antonia Arslan. Ne ho scritto un racconto che riporto qui (la prima parte) contenuto nel libro Il blog novel di Eventi Trentino (che potete richiedermi a larazavatteri@gmail.com), v'invito anche a cliccare il link alla fine per saperne di più









RACCOLGO MANCIATE DI TERRA OVUNQUE SONO LE MIE RADICI

Raccolgo manciate di terra ovunque sono le mie radici. Sono come un raccoglitore di stelle, che va dove lo porta lo scintillio della luce degli astri e pazientemente ne segue la scia e li raduna in un sacco per formare di nuovo il firmamento. Il mio cielo è andato in pezzi tanto tempo fa ed oggi ricostruisco il mosaico del mio passato in piccoli sacchetti di tela, dove sta la terra dei miei padri. Mia nonna faceva lo stesso, in un tempo così lontano della mia mente, e di ogni luogo abitato dalla sua famiglia conservava un sacchetto di terra: la terra d’Israele, d’Armenia, la terra dei luoghi sparsi per il mondo in cui era emigrato qualche parente, in Italia, in America, in Francia, in Grecia. Li ordinava su una mensola sopra il camino, ricordo, ed ogni sacchetto aveva un colore diverso e un bigliettino scritto a mano che la nonna nascondeva sotto l’involucro. Nella sua calligrafia a svolazzi scriveva i nomi delle città e dei paesi da dove proveniva la terra: Yerevan, Aleppo, Gerusalemme, così da non dimenticare da dove provenisse la terra, ora scura, ora sabbiosa, contenuta nel sacchetto. Erano come pezzetti di cuore, diceva lei, e spiegava che mai, qualunque cosa succeda, l’uomo deve dimenticare le sue radici. Io, che pure ero affascinata da quella piccola collezione, la giudicavo tuttavia una stranezza e non capivo fino in fondo cosa volesse dire la nonna. C’era forse bisogno di un pugno di terra per ricordare dov’era casa nostra o dove stava la nostra famiglia? C’era davvero la necessità di continuare quella sorta di rito, raccogliendo pugnetti di sabbia e depositandoli in quei seppur graziosi sacchetti, legati poi con un nastro dello stesso colore della tela? Non credevo. Ciò nonostante, quei sacchettini esercitavano su di me bambina una forte attrazione. Non avevo mai il permesso di aprire i sacchetti da sola: era la nonna, quando lo chiedevo, a prenderli delicatamente uno ad uno dalla mensola, sciogliere il nodo del nastro e avvicinare il contenuto al mio viso, spiegandone per ognuno la storia:

“Questa è la terra di Yerevan” diceva aprendo un sacchetto color blu cobalto.

“Ma nonna, è dove siamo noi adesso! Perché dobbiamo tenere la terra dell’Armenia, se ci siamo già?” domandavo.

“Perché non si sa mai dove ci può spingere il vento” rispondeva enigmatica.

“Che cosa vuoi dire?” chiedevo, senza capire il significato di quelle parole.

“Voglio dire che non si sa mai cosa può capitare. Se un giorno, per qualche motivo, sarai lontana, questo sacchetto ti ricorderà dove sei nata”.

Tacevo, pensierosa. Non comprendevo il pensiero della nonna e certo non immaginavo nessun futuro fuori dai confini di Yerevan, della mia casa, dell’Armenia dov’ero nata e speravo che il vento non soffiasse mai dalla mia parte.

Invece il vento soffiò, con un’impetuosità e una violenza tale da lasciarmi frastornata e incredula. Era l’aprile del 1915 in Armenia, ed io avevo otto anni. Tutto il mio mondo era racchiuso tra le pareti della casa di Yerevan, la scuola, il parco dove giocavo con altri bambini, nulla sapevo della mostruosità che può trasformare un uomo in una belva, ma lo scoprii presto. Era una sera dopo cena, ricordo, quando bussarono alla porta. Erano colpi incerti, quasi paurosi, e mio padre andò ad aprire chiedendosi chi potesse essere, poiché non aspettavamo visite.

“Ci chiamano tutti in prefettura” sentii dire da una voce, che riconobbi essere quella del nostro vicino.

“Perché?” domandò mio padre.

“Non lo so…nessuno lo sa. Sono stati chiamati tutti gli armeni del quartiere” rispose l’altro “forse è meglio non andare”.

Mio padre non rispose e per un lunghissimo attimo rimase in silenzio. Avrei capito solamente molti anni dopo che in quel momento stava valutando il da farsi, e alla fine decise di presentarsi perché, qualunque cosa volessero i turchi, era suo compito proteggere la famiglia. Cosa avrebbero fatto a tutti noi, se lui fosse rimasto in casa? Con questo interrogativo prese una giacca leggera e la indossò, ci salutò tutti allegramente per non farci preoccupare e disse “ci vediamo dopo” prima di richiudersi la porta alle spalle. Restammo lì, io con la nonna e la mamma, e tutte in fondo al cuore sapevamo che non l’avremmo rivisto mai più. Attendemmo tre giorni il suo ritorno, inutilmente. Il quarto giorno la moglie del vicino, stravolta e in lacrime, informò mia madre che tutti gli uomini del quartiere erano stati trucidati appena giunti in prefettura. Nessuno di coloro che si erano presentati avrebbe più fatto ritorno. Non so descrivere in che stato vegetammo io, la nonna e la mamma dopo quella notizia. La mamma insisteva per andare a recuperare il corpo di mio padre, e non so con quale forza la nonna riuscì a trattenerla da quell’atto folle: i turchi sparavano su chiunque si avvicinasse all’edificio. Non c’erano state grida, scene isteriche: in tutto il quartiere le vedove, le figlie, le madri, le sorelle attendevano. Vedevo mia madre e mia nonna trascinarsi per casa e non c’erano più pasti a pranzo e a cena, tanto che per mangiare dovevo arrangiarmi da sola e sbocconcellare gli avanzi o qualche panino, sentendomi in colpa per il solo fatto di nutrirmi mentre mio padre non avrebbe più mangiato nulla. Ma era poi vero? In certi momenti non potevo credere che fosse morto sul serio e mi aspettavo che qualcuno entrasse in casa per annunciarci che era tutto uno scherzo. Mio padre sarebbe ricomparso sulla soglia, ridendo, e tutto sarebbe tornato come prima. Che tutto era purtroppo drammaticamente vero lo capii dieci giorni dopo l’uccisione di mio padre, quando un gruppo di soldati turchi, la mattina presto, entrò in casa con grida e minacce, e si mise a rompere ogni cosa, mentre urlando e tenendo in mano una sciabola costringevano mia nonna e mia madre a raccogliere le nostre poche cose. Anch’io feci lo stesso e in una piccola sacca depositai una bambola, un carillon, un vestito e, imitando la nonna, del cibo e delle bevande. Non capivo, naturalmente, ciò che stava accadendo e solo quando, una volta uscite, i turchi appiccarono il fuoco alla casa iniziai a tremare e a piangere, piena di terrore. Dove saremmo andate, ora che non avevamo più una casa? Perché quegli uomini si comportavano con noi a quel modo, noi che non avevamo fatto nulla di male? Per quanto mia madre cercasse di calmarmi, vedevo solo le lingue di fuoco che ghermivano quelle che solo pochi istanti prima erano state la cucina, la mia cameretta, il giardino.

“Vogliono ucciderci tutti! Uccidono tutti gli armeni!” sentii gridare per strada.

 Come noi, ogni famiglia della città era stata costretta ad abbandonare casa propria in fretta e furia, mentre i turchi distruggevano ogni cosa. Si era formata una coda lunghissima di donne-non c’erano più uomini in tutta la città, dopo il massacro- incolonnate dietro ad alcuni ufficiali turchi che sbraitavano di seguirli. Anche io, con mia madre e la nonna, mi misi in fila ed iniziai a camminare. Per dove, nessuno lo sapeva.

“Dove andiamo?” domandai tra le lacrime.

“Dove ci porta il vento” rispose la nonna “e ho preso questi” aggiunse aprendo la sua sacca.

Dentro, c’erano tutti i sacchettini colorati con la terra dei luoghi abitati dalla nostra famiglia. Mi sorrise, come se il fatto di averli sottratti al rogo fosse un’audacia senza precedenti.  Ricambiai il sorriso, ma mi chiesi a che cosa potevano servire in quella situazione. Era solo terra, in fondo. Ma lei non intuì i miei pensieri, ed oggi ne sono felice.  



Questo il link per saperne di più:

 http://www.giorgioperlasca.it/Pernondimenticare/GENOCIDIOARMENO.aspx
 

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